domenica 16 gennaio 2011

Io sto con gli operai

Che delusione quei dirigenti dei partiti di centro-sinistra, compresi quelli che dovrebbero rappresentare "il nuovo", che nei giorni scorsi si sono lasciati andare a dichiarazioni del tipo "io sto con chi ci mette i soldi" e "se fossi un operaio voterei SI". Ma come si può essere così ottusi ed insensibili?
Forse il sindaco Renzi ignora che in questa Italia malata di berlusconismo, i soldi per gli investimenti li mettono anche i mafiosi, i palazzinari e gli speculatori? E se invece lo sa, è forse convinto che per denaro si possa anche accettare qualsiasi cosa rinnegando i principi che da sempre ci sostengono? E' inconcepibile udire tali affermazioni quando sono anni che la Fiat i soldi, tra l'altro per fare prodotti di scarsa qualità, li prende dalle tasche di quegli Italiani i quali, in quanto lavoratori dipendenti con le ritenute alla fonte, di soldi "ne hanno messi" tanti, e per davvero! Non crede Renzi che oggi, alla luce del risultato del referendum, tutti quegli operai che malgrado il ricatto di Marchionne hanno avuto il coraggio di votare NO, meritino le sue scuse?
E invece che dire delle affermazioni del possibile candidato alla poltrona di sindaco di Torino, il buon vecchio Fassino (a volte ritornano), lui che operaio non è mai stato ma che per un giorno si è messo la tuta blu e si permesso di suggerire agli operai che cosa fare per evitare la catastrofe? Bisognerebbe ricordargli che una volta i sindaci erano in prima fila a difendere i braccianti e gli operai, salivano anche loro sulle barricate per difendere i loro sacrosanti diritti e la loro dignità. Anche in questo caso le scuse sarebbero opportune, ma forse il nostro amico Piero dovrebbe anche avere la decenza di rinunciare a questa candidatura e proporre, simbolicamente, un operaio della Fiom alla guida della città.
Stefano 

mercoledì 5 gennaio 2011

Il nucleare non fa male...!

A tutti coloro che si battono nei consigli comunali per il ritorno al nucleare, suggerisco la lettura di questa notizia uscita ieri: 

Uranio: Asl, deformita' e leucemie in Poligono Quirra       

Colpite greggi mentre 65% pastori si e' ammalato di tumore
04 gennaio, 12:35
(ANSA) - CAGLIARI, 4 GEN - Il 65% degli allevatori ammalati di leucemia e molti gli agnelli nati deformi: sono alcuni degli elementi emersi dal rapporto effettuato da due veterinari della Asl che hanno esaminato tutti gli allevamenti di bestiame dell'area attorno alla base militare del Poligono di Quirra, sulle coste sud orientali della Sardegna. Le analisi dell'Asl di Lanusei e Cagliari sono state effettuate su incarico del Comitato di indagine territoriale. I dati sinora raccolti dovranno essere completati con i rilievi effettuati nelle campagne di Perdasdefogu e sulla flora prelevata.(ANSA).

domenica 2 gennaio 2011

La risposta al genitore preoccupato

Novellara 31.12.2010

Egregio sig. Xxxxx
La ringrazio molto per questa sua lettera in quanto mi da l’occasione di illustrare la mia posizione in materia di integrazione degli alunni stranieri nella scuola italiana. Le dico subito che concordo con lei quando sostiene che questo non è un tema facile da trattare. Credo però che la difficoltà sia soprattutto nostra, di coloro cioè che sono puntualmente chiamati a dare risposte esaustive ai loro concittadini, ma nello stesso tempo si trovano a dover far fronte alla nascita di nuove paure nonché a governare antichi, e forse ingiustificati, luoghi comuni. Cercherò quindi di fare del mio meglio per rispondere ai dubbi da lei sollevati e mi rendo fin d’ora disponibile ad approfondire ulteriormente l’argomento. Per maggior chiarezza (soprattutto nei confronti di me stesso) ho suddiviso la mia risposta per titoli:

Considerazioni generali
Quando parlo di scuola, come prima cosa mi piace sempre ricordare l’articolo 34 della Costituzione italiana che così enuncia: La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

I bambini stranieri
Rispondendo preventivamente a possibili obiezioni che tendono ad associare l’alto valore simbolico dell’articolo 34 della principale legge dello stato ad un concetto più concreto di cittadinanza, le faccio presente che molti dei bambini figli di immigrati che frequentano le nostre scuole, nonostante siano nati qui in Italia, o vi sono arrivati molto piccoli, non hanno ancora la cittadinanza italiana soltanto perché la nostra legge ordinaria non lo prevede. Questi bambini, normalmente, sanno già parlare italiano, anzi a volte fanno da interprete ai loro genitori, e sono già pienamente integrati nel nostro tessuto sociale perché sono ormai diventati i compagni di giochi dei nostri figli, i loro compagni di squadra, nel calcio, nel basket, nella pallavolo, nelle altre attività sportive, ricreative o culturali. In questi casi, parlare di “extracomunitari” o “stranieri” mi pare fuori luogo. Molto diverso invece è il problema dei bambini/ragazzi appena arrivati da paesi stranieri, che vengono iscritti alle nostre scuole senza però avere la piena proprietà della lingua italiana. Per costoro la scuola, con la collaborazione del comune, attiva un progetto denominato “Progetto Accoglienza” che prevede un numero di ore dedicate di approfondimento della lingua italiana condotte (in classe separata) da insegnanti appositamente preparati per l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda (Italiano L2). Contemporaneamente però, questi bambini continuano a frequentare le loro classi di assegnazione originaria dove possono continuare a socializzare con i compagni e seguire anche tutte le altre materie previste dai programmi ministeriali. Non le nascondo che questo dell’italiano L2 sia effettivamente un problema, ma lo è nella misura in cui lo stato non investe più (anzi, viste le ultime finanziarie e pseudo-riforme di questo governo possiamo senz’ombra di dubbio dire che invece di investire, “taglia”) in concrete e serie misure che favoriscano l’integrazione linguistica o il bilinguismo nelle nostre scuole. Lo sa che lo scorso anno l’ufficio scuola della provincia aveva previsto un insegnante presso le scuole elementari di Novellara a sostegno del progetto Accoglienza, mentre nell’anno scolastico in corso non ne ha assegnato nessuno? In conclusione, la situazione nelle nostre scuole non è così schematica come da lei rappresentata: i bianchi e i neri (immagino che questa suddivisione che lei fa sia puramente esemplificativa del discorso che si pregia di portare avanti e non faccia assolutamente riferimento al colore della pelle o alle differenze di razza) dovrebbero a loro volta essere ripartiti in tante tonalità grigio, in quanto non è possibile identificare in modo inequivocabile la categoria dei cosiddetti “stranieri”. Dunque, c’è chi arriva direttamente dal paese d’origine, chi ha entrambi i genitori stranieri, chi ha un solo genitore straniero, chi è nato qua ma ha sempre parlato la lingua dei suoi genitori, chi ha frequentato la scuola materna, chi non l’ha frequentata, ecc.

I bambini italiani
Lei sostiene che possano sussitere problemi di ritardo nello svolgimento dei programmi a danno dei bambini italiani a causa della presenza nelle classi di bambini stranieri che non parlano italiano. Allora, fatte salve le considerazioni sulla italianità e sull’insegnamento della lingua italiana come seconda lingua di cui al punto precedente, mi permetto di suggerirle qualche motivo di riflessione nella speranza che possa esserle utile per vivere con un po’ più di serenità questo passaggio importante che vi porta ad entrare nella scuola dell’obbligo: i bambini imparano in fretta soprattutto se piccoli e di solito non hanno paure; se ce ne sono, si affrontano senza minimizzare, con la collaborazione delle famiglie e della scuola; e poi in classe le insegnanti parlano italiano; i programmi ministeriali sono redatti in italiano; i libri di testo, tutti, sono scritti in italiano; le verifiche sono in italiano; i compiti a casa vengono dati in italiano; non esiste quindi nessun motivo per cui un bambino italiano debba essre “ritardato” nel suo apprendimento per il fatto che condivide le lezioni, tenute in lingua italiana, con bambini che non hanno una piena padronanza di questa lingua. E’ vero anzi il contrario, cioè i più penalizzati sono proprio quelli che non parlano la nostra lingua, e questo è soprattutto dovuto alle carenze del nostro sistema scolastico che, a differenza di altri paesi, non si preoccupa minimamente di favorire il bilinguismo. Inoltre, nei primi anni di scuola e per tutti i bambini, il metodo utilizzato è generalmente molto interattivo e meno nozionistico che negli anni successivi; si sviluppano le attitudini relazionali, la capacità di rispettare le regole del vivere insieme, l’autonomia, la capacità di apprendimento in tutte le discipline, comprese l’educazione artistica, musicale, fisica, per le quali non esiste un linguaggio specifico che ne facilita l’apprendimento: infatti esse stesse rappresentano un linguaggio, completo, dotato di una propria espressività, che deve essere ricercata e agevolata in tutti i bambini. Un bambino che non parla la lingua del paese in cui vive non deve essere visto come un bambino che ha difficoltà di apprendimento, alla stessa stregua di quando noi andiamo in un paese straniero e non capiamo la lingua: nessuno può venirci a dire che per questo motivo siamo poco intelligenti o addirittura analfabeti. O sbaglio?

La competenza in materia scolastica
Quando si parla di scuola dell’obbligo, la competenza di carattere organizzativo spetta all’istituzione scolastica e non all’amministrazione comunale. Questo significa che è l’ufficio scuola provinciale (organo del ministero) che definisce l’organico delle singole scuole e di conseguenza ne determina la tipologia delle classi, che siano queste a tempo pieno o a tempo normale. Ovviamente, nel rispetto delle norme ancora in essere sull’autonomia scolastica, i singoli istituti sono liberi poi di presentare un proprio piano dell’offerta formativa che tenga conto delle richieste delle famiglie e delle opportunità offerte dal territorio; è in questo contesto che l’amministrazione comunale interviene a supporto di progetti ritenuti qualificanti per l’intera offerta formativa dell’istituto e per la nostra realtà locale, ma anche integrando e finanziando progetti e attività per le quali lo stato, grazie ai tagli della finanziaria, si dimostra colpevolmente assente, come ad esempio il supporto agli alunni diversamente abili, o l’insegnamento dell’Italiano come lingua seconda per i bambini stranieri, già citato in precedenza. Quindi, in merito alla sua proposta di eliminare il tempo pieno nelle scuole di Novellara, la rimando al Dirigente Scolastico il quale, se lo riterrà opportuno, potrà presentere questa sua istanza agli uffici preposti o al ministero stesso. Voglio però essere molto franco con lei: noi, sia come amministrazione comunale, e quindi come rappresentanti dei cittadini, ma anche nel privato come genitori, ci batteremo con forza contro chiunque verrà qui, sul nostro territorio, con l’idea di toglierci le grandi conquiste sociali che i nostri predecessori ci hanno lasciato in eredità; e la scuola a tempo pieno rappresenta certamente una di queste conquiste.

Il tempo pieno
Volendo poi entrare nel merito dell’argomento, dalla sua lettera mi sembra di capire che l’idea che lei si è fatto della “scuola a tempo pieno” non sia propriamente corretta e pertanto mi permetto di indirizzarla verso un maggiore approfondimento. Infatti la scuola a tempo pieno non è composta da una scuola a tempo normale più un doposcuola ma è una diversa organizzazione della giornata scolastica e della settimana scolastica. Due insegnanti sono contitolari sulla stessa classe e valutano insieme la suddivisione delle materie e le scelte metodologiche e didattiche. L’assegnazione dei compiti scritti avviene in momenti diversi, mentre la lettura e lo studio sono coltivate durante tutta la settimana come nel tempo scuola ex-modulo. Sia al mattino che al pomeriggio si fa didattica ed è profondamente sbagliato considerarla una scuola al mattino e qualcosa di diverso al pomeriggio. Anche per questo motivo il paragone con la scuola media è improponibile. Le scuole medie sono organizzate per fare un “tempo prolungato” che prevede una scuola del mattino secondo le modalità tradizionali, più alcune ore pomeridiane di attività opzionali, scelte dai ragazzi e dalle loro famiglie, svolte a classi parallele con lo scopo di arricchire ulteriormente l’offerta formativa dell’istituto. Ecco quindi che presso le scuole medie, nei pomeriggi si fanno attività laboratoriali, di cucina, teatrali, musicali, sportive, e così via, dando la possibilità a tutti i ragazzi di sperimentare e ricercare nuove attitudini, per un futuro scolastico (e di vita) che possa anche andare al di là dei soliti canoni tradizionali. Non si deve pensare solamente a preparare letterati e scienziati: la scuola ha il dovere di scoprire e valorizzare le abilità in tutti i campi, di fare emergere il meglio dai ragazzi. Altrimenti fallisce il suo compito.

La formazione delle classi
Di seguito l’elenco dei criteri adottatti dall’Istituto comprensivo, in piena autonomia, per la formazione delle classi prime:
1. Formazione di classi eterogenee ed omogenee tra loro
2. Equilibrio numerico (anche tra maschi e femmine)
3. Indicazioni fornite dai docenti della scuola dell’infanzia riguardo ai profili degli alunni
Questi criteri sono stati decisi dalla scuola e ratificati dal Consiglio d’Istituto. L’amministrazione comunale non ha nessun titolo per intervenire o fare pressione per modificarli. Mi preme però farle notare che il primo criterio si richiama al concetto della eterogeneità (sulla singola classe) e a quello della omogeneità (tra le varie classi). Questo dovrebbe a mio parere rappresentare per lei una valida garanzia sul fatto che non esistano disegni di tipo discriminatorio nella formazione delle classi. Mi pare quindi che il problema da lei sollevato, qualora venga vissuto come tale, possa sicuramente essere ricondotto ad una dimensione esclusivamente numerica, non di contenuti, quantitativa quindi ma non qualitativa. E’ certamente vero che il nostro territorio si è caratterizzato negli ultimi anni per un grande flusso migratorio che ha portato un alto numero di persone nuove a vivere nel nostro comune. Molte di queste persone hanno figli in età scolare che come tali devono frequentare le nostre scuole. Le istituzioni scolastiche però non possono fare niente da sole per fronteggiare queste ondate migratorie, e molto spesso improvvise in quanto seguono l’andamento del mercato del lavoro; occorre che lo stato, e non i comuni, si faccia carico di fornire alle scuole gli strumenti adeguati (insegnanti preparati e risorse) se vuole favorire l’integrazione degli immigrati. Anche in questo caso quindi mi viene facile suggerirle di rivolgere a qualcun altro la sua critica (che in linea di massima posso anche condividere) su una “scadente gestione dell'integrazione”. Noi, qui a Novellara, con le poche risorse che abbiamo a disposizione, stiamo invece facendo un buon lavoro.

L’ultimo anno di scuola dell’infanzia
Non è possibile estendere a tutti obbligatoriamente l'ultimo anno di scuola materna, anche se probabilmente sarebbe un'ottima idea, perchè lo stato purtroppo (mi dispiace ma cadiamo sempre lì…!) non lo ha reso obbligatorio. Qualora lo diventasse però, provi a considerare quale sarebbe l’impatto organizzativo: oggi gli enti che gestiscono l’istruzione prescolastica sono i comuni, le scuole private e paritarie e anche lo stato, ma solo nelle città, e Novellara è una di queste, dove sono state previste delle scuole dell’infanzia statali. Se tutti gli ultimi anni di tutte le sezioni di scuola dell’infanzia fossero resi obbligatori, ci sarebbero posti sufficienti per tutti? E poi chi sosterrebbe il costo? Trasformandosi in scuola dell’obbligo dovrebbe essere gratuita per le famiglie. Secondo lei il governo sarebbe d’accordo? Io nutro seri dubbi. Le dico invece che cosa abbiamo fatto noi, come amministrazione, per gestire al meglio il problema dei bambini non scolarizzati che devono iniziare la prima elementare: abbiamo attivato un progetto, denominato “Progetto 5”, che mette a disposizione alcuni educatori i quali, già dai primi di settembre, si fanno carico di questi bambini, li preparano ai linguaggi scolastici e, nel caso che provengano da famiglie di immigrati, impartiscono loro i primi rudimenti di italiano in modo che nessuno arriva "da casa" senza parlarlo un minimo. E i risultati sono ottimi.

L’immigrazione nel comune di Novellara in cifre
Le farò avere il prima possibile con una seconda mail, o anche personalmente qualora avessimo l’occasione di incontrarci di persona, alcuni dati che ho richiesto ai nostri uffici e che mi stanno attualmente preparando, relativi alla situazione migratoria nella nostra città, ai numeri di iscritti alle nostre scuole divisi per nazionalità dei genitori, e alle previsioni per l’anno scolastico 2011/2012.

Sperando di aver risposto in modo altrettanto intelligente alla sua intelligente denuncia, colgo l’occasione per augurarle un buon 2011.

Stefano Mazzi
Assessore alla Scuola del comune di Novellara