Di tutte le parole che ho sentito e che sentirò in questi giorni intensi che caratterizzano il 150° anniversario dell’unità d’Italia, credo che porterò senz’altro nel cuore l’incontro di questa mattina, presso l’istituto Russell di Guastalla, con Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Scopelliti assassinato nel 1991 e Aldo Pecora, giornalista, attivista del movimento “Ammazzateci tutti” e autore del libro “Primo sangue”.
Aldo Pecora ha ricordato con spezzoni di telegiornale e video la figura del giudice e commentato alcuni eventi che hanno caratterizzato la storia terribile dei primi anni novanta, in un’Italia che sembra tanto lontano da qui. Rosanna ha ricostruito la sua esperienza di figlia, con numerosi riferimenti alla quotidianità del rapporto con il padre, tra cui il ricordo della valigia rossa in cui veniva nascosta per proteggersi dai possibili nemici e nascondersi al loro sguardo. Alla difficoltà di Rosanna e della madre per il vivere nell’ombra, si è aggiunto il dolore di sopportare in solitudine e nell’indifferenza dell’opinione pubblica l’angoscia per la morte del giudice. Tutto questo ha fortemente segnato la sua vita di bambina, che probabilmente non capiva perché il suo uomo più importante considerasse il suo lavoro e i suoi ideali molto al di sopra delle comodità e del piacere di una vita vissuta tra gli affetti. Ha compreso però, e ce lo ha testimoniato in modo molto efficace, che l’eredità più importante che un genitore offre ai suoi figli è la capacità di impegnarsi a fondo nel fare il proprio dovere, il partecipare lealmente con il proprio sapere e la propria sensibilità alla vita dello Stato, il poter camminare a testa alta, fieri dell’insegnamento ricevuto.
I familiari non chiedono altro, ora, che riaprire il processo per trovare i responsabili di quel vile omicidio, per quel giudice che, paradossalmente, dopo vent’anni non ha ancora avuto giustizia. E chiedono affetto, vicinanza, la solidarietà autentica delle persone, che può far paura anche alla criminalità.
In una sala gremita di ragazzi delle scuole superiori, ho conosciuto un altro volto dell’Italia di oggi: non quello apparentemente più diffuso, pessimista, disfattista, disilluso rispetto ai grandi ideali e alla partecipazione pubblica, appiattito sui contenuti e sulle forme dei media, ma al contrario un volto giovane, coraggioso, coerente con i propri valori di giustizia e legalità, desideroso di sentirsi parte di una comunità che denuncia le ingiustizie e rivuole il proprio futuro.
Legalità: educare alla legalità è un compito molto difficile, che rischia spesso di trasformarsi in una predica che sa di buoni propositi, di premi o di paure di punizioni. I due giovani di oggi hanno dato a tutti, invece, una lezione terribilmente autentica di umanità e di cittadinanza. Il rifiuto dell’illegalità, il rispetto delle regole, il senso dello Stato, il valore della condivisione e della testimonianza di grandi ideali sono messaggi arrivati direttamente alle teste e ai cuori dei presenti, attenti e silenziosissimi dall’inizio alla fine.
Ai ringraziamenti finali che sono stati rivolti ai due ospiti, Rosanna e Aldo hanno semplicemente risposto: “Bisogna dire grazie ai nostri genitori”.
Agnese Vezzani
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