Uno dei punti programmatici dell’appello
di “Cambiare si Può” ci sollecita alla predisposizione di un grande
progetto di riconversione ecologica dell’economia e di riassetto del territorio.
E’ infatti sotto gli occhi di tutti la
grande contraddizione urbanistica che oggi si vive nelle nostre città, città
che sono ormai diventate ostaggio di piani regolatori datati e assolutamente
non in linea con le reali esigenze abitative, produttive, commerciali, del
nostro territorio e della nostra società.
Noi vediamo che, anziché diffondere e
promuovere linee guida volte al recupero del patrimonio esistente, alla
ristrutturazione di edifici esistenti, le nostre amministrazioni sono entrate
sempre più nella logica perversa dello smercio, del trasferimento, della
dislocazione di nuove e vecchie volumetrie, dove per volumetrie si intendono
gli indici di edificabilità, tutto questo a fronte del pagamento di quelle
comunemente vengono chiamate perequazioni, cioè somme in denaro oppure in opere
pubbliche che vengono richieste ai costruttori come una sorta di
“compensazione” per il danno ambientale derivato.
In pratica il Comune rilascia al
costruttore il permesso di costruire, ma in cambio gli chiede, ad esempio, la
realizzazione di una pista ciclabile, oppure la ri-asfaltatura di una strada, un’altra
opera di comparto, o addirittura una somma in denaro che poi utilizza per
finanziare la spesa sociale che, guarda caso, è in grande sofferenza a causa
dei tagli governativi.
Ora voi capite che questo meccanismo ha
qualcosa che non va. In questo modo quel bene comune che chiamiamo “territorio”
è di fatto svenduto e diventa oggetto, da una parte di interessi privati
fortissimi e dall’altra di un velato ricatto a cui sono soggette le
amministrazioni che rischiano di non poter più erogare i servizi sociali (altro
bene comune) se non hanno entrate
sufficienti per rispettare il vincolo del pareggio di bilancio.
Come si risolve quindi questa situazione?
Come si riconverte l’economia in modo ecologico?
Io credo che la logica e il buonsenso ci
consentano di definire alcuni cardini fondamentali (o pilastri, come li chiama
Guido Viale, uno dei promotori del nostro appello in un bellissimo articolo sul
Manifesto di qualche mese fa) sui quali innestare una vera ed efficace politica
ambientale alternativa.
Promuovere e sostenere piani regolatori a indice zero.
Nelle città e nei comuni della penisola è necessario incentivare il più
possibile opere di riconversione e recupero (nel pieno rispetto dei vincoli
artistici, culturali e paesaggistici) anziché favorire nuove e devastanti
cementificazioni che consumano suolo agricolo e, soprattutto in periodi di
crisi, contribuiscono all’aumento dell’invenduto, che è comunque in ogni caso,
vista la vigente legislazione, non utilizzabile. A Roma per esempio, il sindaco
Alemanno sta approvando la costruzione di 66 mila nuovi alloggi, pari a più di 23
milioni di metri cubi che cancelleranno per sempre oltre 2000 ettari di terreno
agricolo. Tutto questo avviene, in piena continuità con il patto per Roma della
giunta Veltroni, in una città dove si prevedono circa 250 mila sfratti nei
prossimi 3 anni
Favorire le coltivazioni biologiche, territoriali, a km 0, non
intensive. L’agricoltura intensiva può provocare un accumulo
di residui salini che a lungo andare rovina irrimediabilmente il terreno. Ogni
anno nel mondo a causa della salinizzazione e dell’eccessiva irrigazione va
perduta un’area grande quasi due volte la Svizzera.
Fermare le grandi opere. Faraoniche e inutili, sono sempre state
sinonimo di cattiva gestione, inefficienza, ritardi e spreco di soldi pubblici.
Piuttosto che una costosa linea ad alta velocità che, dopo aver rovinato il
territorio e leso la sicurezza dei cittadini di una regione intera, permetterà solo
a pochi ricchi uomini d’affari di spostarsi a proprio piacimento tra Italia e
Francia non è forse meglio potenziare il vero trasporto pubblico, quello usato
tutti i giorni dalla stragrande maggioranza dei viaggiatori pendolari? E
potenziare inoltre le linee ferroviarie per il trasporto delle merci
consentirebbe di limitare l’invasione della gomma sulle nostre strade e
autostrade.
Riappropriarsi dei servizi pubblici essenziali.
Le amministrazioni dovrebbero essere aiutate ad uscire dalla spirale della
privatizzazione dei servizi. Negli ultimi anni tutti i governi che si sono
succeduti hanno cercato di convincerci che non era più economicamente
sostenibile per un ente locale gestire i servizi direttamente, che occorreva
fare entrare il privato, che solo con il privato si potevano garantire gli
investimenti necessari a far funzionare i servizi. Poi, contro questo pensiero
unico che ovunque andava per la maggiore, ci sono stati due eventi
importantissimi che lasciano ben sperare:
- 1) a Napoli, con il sindaco De Magistris, si
è completato in brevissimo tempo un progetto di ri-pubblicizzazione dell’acqua;
questo può insegnare qualcosa a molti, anche qui da noi a Reggio Emilia.
- 2) c’è stato un referendum che di fatto ha
stabilito che gli italiani preferiscono la gestione diretta, perché credono che
sia più economica, e che dia loro anche la possibilità di esercitare un
controllo più puntuale
Sul referendum devo dire di essere
davvero indignato: milioni di cittadini si sono espressi, democraticamente e
senza dubbio alcuno, e noi siamo qua a dover mettere nel nostro programma
elettorale che vogliamo “il rispetto pieno e immediato dei referendum 2011 sui
beni comuni e contro la vendita ai privati dei servizi pubblici locali? Ma in
quale altro paese al mondo sarebbe successa una cosa del genere? Ma perché su
questo tema non si alza indignata anche la voce del Presidente Napolitano?
Presidente, dica qualcosa! Non taccia,
così come ha taciuto sulla vergognosa discriminazione a cui sono stati
sottoposti gli operai di Pomigliano iscritti alla Fiom. Sia davvero garante
della nostra Costituzione Repubblicana, ci rappresenti tutti e non solamente i
grandi potentati economici e finanziari che stanno mandando il mondo e l’intera
umanità in rovina.
Stefano Mazzi
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